Curriculum vitae, scritti e ricordi di Marco BiagiRicordo di Franco Carinci, in LPA, 2002, fasc. 1MARCO BIAGINon ho alcun titolo privilegiato per ricordare qui Marco Biagi, se non di essere il Presidente di quella Associazione di Diritto del Lavoro e della Sicurezza Sociale che riunisce tutti gli studiosi della materia. Marco apparteneva alla scuola bolognese di diritto del lavoro, identificata anzitutto dai suoi maestri, Tito Carnacini e Marco Biagi; gli apparteneva per esservi stato arruolato già all'indomani della laurea brillantemente conseguita, e per aver poi percorso tutte le tappe di quella che una volta si chiamava la carriera accademica, fino alla cattedra presso la facoltà di Economia e Commercio di Modena. Com'era costume in una scuola che stava fra la famiglia e la bottega artigianale, Marco, il più giovane della covata immediatamente successiva alla nostra, era stato affidato a Luigi Montuschi, fraterno amico e collega di sempre, come me più vecchio di una decina di anni. E Montuschi gli aveva fatto da tutor e padrino seguendolo, passo a passo, indirizzandolo, consigliandolo ad un ramo di studi allora non troppo di moda, del diritto comparato prima e del diritto comunitario poi. Marco era cresciuto e maturato, conseguendo non solo la cattedra, ma una sicura esperienza e conoscenza delle realtà istituzionali e giuridiche europee, tale da conquistargli la considerazione di autorevoli studiosi d'oltralpe, come ben di rado capita con una dottrina come la nostra, ripiegata narcisisticamente su se stessa, rigida custode di una italica peculiarità. Sicché il rapporto personale era venuto cambiando quasi naturalmente, sovrapponendosi in lui al rispetto un po' reverenziale della differenza di anni, il senso del proprio valore, peso, ruolo sullo scenario interno ed internazionale: e fra noi costretti a sentirci e a risentirci per i molti interessi comuni, il discorso si faceva negli anni più recenti spesso allusivo ed ironico, con uno scambio di battute e di occhiate sornione. Marco era un uomo semplice, riservato, mite, dalle poche ma solide, solidissime, certezze, la fede, la famiglia, il diritto del lavoro. Tanto rigido sui principi e sulle idee, quanto pragmatico nell'operare, portato naturalmente a privilegiare il dialogo, il negoziato, il compromesso. A volte suscitava il disagio della persona troppo perfetta, un modello in tutto, consapevole di esserlo. Ma nel gioco allusivo ed ironico si apriva lasciando intravedere le piccole debolezze e fragilità che gli restituivano l'immagine di un uomo normale, anzi comune nel senso alto del termine. E viene naturale accostarlo a Massimo D'Antona. Sarà la deformazione di una simpatia complice, ma i due, così diversi in tanto, a cominciare dall'aspetto fisico, maturo oltre l'età per Massimo e giovanile a dispetto dell'età per Marco, mi ritornano tremendamente simili nello stile: pazienza, asciuttezza, dolce determinazione; e qualcosa di più, scritta fotogramma per fotogramma nel loro tranquillo andare incontro alla morte, uscendo e ritornando a casa, con quelle borse rimaste mute e terribili testimoni fra le macchie di sangue ed i bossoli. Entrambi respiravano il rischio, a cui il loro protagonismo intellettuale li stava esponendo, entrambi nutrivano tutte le umane paure ed ansie di chi vive per sé e per altri; ma non ne facevano troppe parole, esternazioni, chiamate di solidarietà, in un Paese in cui sono spesso i lupi a gridare al lupo; le portavano dentro con l'umiltà spesso ammessa che dopo tutto non si sentivano personaggi così importanti da meritare tanta tragica attenzione: non così importanti, ma si sbagliavano. Massimo, prima, e Marco, poi, avevano passato l'oscura linea di confine che li condannava come obiettivi strategici: non erano solo degli intellettuali cerniera che elaboravano idee, che le traducevano in progetti operativi, che trovavano patrocinatori e aggregavano consensi; erano anche co-protagonisti della trattativa tra il Governo e le Parti sociali. Adesso è il momento del ricordo che chiede silenzio; ma verrà anche per noi il tempo delle domande. Perché Marco è stato lasciato solo, da quello Stato di cui era servitore, un coraggioso esile impiegato che ritornava dal suo turno di lavoro in bicicletta; perché l'episodio D'Antona si è ripetuto con un copione impressionabilmente uguale, come se fossimo ancora a ieri, un ieri destinato a ripetersi a mo' di incubo. Oggi, col ricordo anche un invito di chi ha assistito ed assiste sgomento al crescere di un confronto al calor bianco con rincorrersi di toni ultimativi, giudizi liquidatori, epiteti, infamanti. Posso dire di venire da lontano, se ero già giovane docente incaricato in quel di Trento nel 68/69; e se poi mi sono fatto a Bologna tutto il decennio di piombo, in questa carissima città natale che l'altro ieri sera ha perso la sua pluridecennale immunità. Bisogna stare attenti a far crescere a dismisura l'eccitazione sociale, ben oltre la capacità di guidarla e canalizzarla nell'ambito di legittime espressioni; bisogna stare molto attenti a delegittimare le istituzioni. Massimo e Marco non erano e non sono patrimonio degli uni o degli altri, erano e rimangono dei riformisti, patrimonio di noi tutti fino a quando ci sentiremo parte di una stessa comunità. |